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Progetto di Bonifica + Piano di Lavoro = Cortocircuito?

Un problema sempre più frequente per chi lavora nell’ambito delle bonifiche dei terreni è la gestione dei materiali contenenti amianto (MCA) che purtroppo vengono rinvenuti all’interno dei terreni e dei materiali di riporto.

di Marco Tamberi - Responsabile Settore Bonifiche presso Gruppo MarazzatoMarco Tamberi

Ovviamente non si tratta di materiale di origine naturale ma di manufatti abbandonati o peggio ancora interrati. Il rinvenimento di solito è casuale, poiché, trattandosi spesso di frammenti di eternit interrati, nell’ambito delle attività di caratterizzazione non vengono trovati.

La gestione di questa problematica comporta un passaggio “trasversale” dalla legge di riferimento per le bonifiche (D. Lgs 152/06) alla legge per la gestione di MCA, in tutte le sue forme. Ma andiamo con ordine.

Il Piano di Lavoro è richiesto dalla legge

In caso di rinvenimento di MCA frammisto a terreno, il materiale deve essere gestito in cat. 10, in linea di massima insaccando tutto in big bags con idoneo cer (pericoloso).

La normativa italiana per la gestione amianto prevede infatti che in caso di presenza di materiali contenenti amianto (per esempio sopra limiti di rilevabilità in caso di analisi oppure in presenza di frammenti di eternit, quale chiara evidenza), si debba produrre un Piano di Lavoro per demolizione o rimozione di MCA (ai sensi di art. 256 comma 2 – D.Lgs. 81/2008): i lavori di rimozione dei materiali contenenti amianto possono essere effettuati solo da imprese iscritte all’“Albo nazionale gestori ambientali”, categoria 10 [art. 212 D.Lgs. 152/06].

E se stiamo effettuando una bonifica di terreni?

Partiamo ad affrontare la questione dalle analisi. In bonifica si fa riferimento al D.Lgs 152/06, tab. 1 colonna A e B dell’allegato 5 al titolo V parte IV, che indica valori di concentrazione limite accettabili nel suolo e nel sottosuolo riferiti alla specifica destinazione d’uso dei siti da bonificare, e fissa un limite di 1.000 mg/kg per l’amianto (sia per destinazione d’uso residenziale verde che per destinazione d’uso commerciale/industriale).

Ma se il terreno contiene cemento amianto in pezzi visibili (per esempio pezzi di lastre di eternit) si tratta di interramento di rifiuti e bisogna rimuoverli, per cui si torna al Piano di lavoro di cui sopra. La procedura non cambia, e quindi, la situazione si complica: il progetto di bonifica (in tutte le sue forme, esecutivo, definitivo, operativo,….) non basta, non è sufficiente, deve essere predisposto il Piano di Lavoro.

I tempi si allungano

Il Piano di Lavoro deve essere trasmesso alla ATS (o Spresal, come si chiamano ora, con nomi diversi nelle diverse regioni…) competente, che spesso non sa della realizzazione della bonifica ai sensi del D. Lgs 152/06. Si aggiunge così un ulteriore Ente di controllo in cantiere, oltre ad ARPA e ai tecnici ex Provincia, cui dover fare riferimento e dare riscontro.

La predisposizione del Piano di Lavoro comporta comunque un’attesa per il silenzio assenso, pertanto in caso di rinvenimento “accidentale” e non previsto, si avrà un ritardo dei tempi di bonifica. La gestione dei rifiuti contenenti amianto passerà anche attraverso nuove comunicazioni con gli Enti di controllo relativi alla bonifica, per la trasmissione e condivisione dei nuovi impianti di conferimento che verranno utilizzati, nonché un eventuale aggiornamento del progetto di bonifica, in parte coincidente con il Piano di Lavoro (...per fortuna).

Cortocircuito

Questa mancanza di interazione tra le due procedure (piano di lavoro e iter di bonifica) crea un cortocircuito: la pericolosità del rifiuto contenente amianto pone in secondo piano la bonifica stessa.

Nuovi controlli andranno previsti sul resto del materiale oggetto di bonifica, maggiore attenzione andrà spesa nelle operazioni di caratterizzazione del materiale e del successivo scavo. Infatti il rischio di conferire frammenti di eternit non rilevati insieme a terreni caratterizzati come non pericolosi dalle analisi può comportare anche il mancato ritiro del materiale da parte dei siti di conferimento, con tutte le complicazioni del caso.

Nel momento poi della rimozione del MCA, spesso saremo costretti a cambiare tutti o quasi gli interlocutori in cantiere: per poter operare nella rimozione del MCA occorre infatti avere le idonee autorizzazioni (le società devono avere la categoria 10 dell’Albo Gestori Ambientali) e il cosiddetto “patentino” sia per gli operatori che per il responsabile.

L’aggiornamento della documentazione di cantiere (POS) e la necessaria ri-negoziazione dei prezzi. Anche questo passaggio crea ovvi rallentamenti.

Il prezzo della professionalità

Quanto sopra descritto risulta veramente di difficile comprensione a certe committenze che non conoscono la normativa e la realtà italiana delle bonifiche in senso lato. Spesso l’inevitabile aumento dei costi viene visto come un tentativo furbesco delle società esecutrici: in realtà il valore generato nel fornire un prodotto tecnico, quale la redazione degli elaborati in tempi brevi, il monitoraggio dei tempi, la gestione amministrativa della pratica sono sicuramente gli elementi premianti su cui basare e valutare la professionalità delle società che svolgono queste attività.

Per questo le aziende si sono sempre più strutturate per offrire un servizio completo, grazie all’ottenimento delle autorizzazioni e le iscrizioni alle categorie dell’Albo, formando il personale sia attraverso corsi interni che con corsi per l’ottenimento del “patentino” a tutti i livelli, dagli operatori ai capo-commessa, che ormai devono essere in grado di gestire una bonifica di terreni e una rimozione di amianto, come coordinatori autorizzati. Come sempre le competenze tecniche, la conoscenza degli interlocutori (inclusi i tecnici dei vari Enti preposti) e la co-gestione delle problematiche evidenziate, possono portare ad una risoluzione in tempi certi.


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